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Poesie sul Mare: le 30 più belle di poeti famosi

Con questa raccolta scopriamo insieme le più belle poesie sul mare. La meta preferita per le nostre vacanze, per le nostre passeggiate al chiaro di luna e per dolci momenti indimenticabili. Il mare regala spensieratezza, ci invita a riflettere, fa bene allo spirito e al cuore. Il mare ha da sempre influenzato le opere degli artisti più grandi, dai musicisti ai poeti.

Il mare è adatto a tutte le occasioni. Passeggiate solitarie, pomeriggi passati con la propria famiglia, gli amici, o la persona amata. Il mare ha un’infinità di storie da raccontarci, ed è uno spettacolo in qualunque stagione dell’anno. Il mare condiziona il nostro umore, ci invita a riflettere, e anche a comporre dei versi da tramandare alle generazioni che verranno. Perché nessuno può resistere al richiamo del mare. Ecco 30 poesie sul mare:

Poesie sul Mare

Il mare è tutto azzurro

(Sandro Penna)

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

Mare 

(Giovanni Pascoli)

M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

Spuma di mare

(Marina Ivanovna Cvetaeva)

Chi è fatto di pietra, chi è fatto d’argilla –
Io invece sono fatta d’argento e brillo!
La mia occupazione – è il tradimento, il mio nome – Marina,
io – sono l’effimera spuma del mare.
Chi è fatto d’argilla, chi è fatto di carne –
a costoro la bara e le lastre tombali …
-battezzata nella fonte marina – e nel mio
volo continuamente infranta!
Attraverso ogni cuore, attraverso ogni rete
batte il mio arbitrio.
Io – vedi questi ricci scomposti? –
non sono fatta del sale della terra.
Mi frango sulle vostre granitiche ginocchia
e da ogni onda – risuscito!
Evviva la schiuma – l’allegra schiuma –
l’alta schiuma del mare!

Sabbia e Spuma

(Kahlil Gibran)

Per sempre camminerò su questi lidi,
Tra la sabbia e la spuma,
L’alta marea cancellerà le mie orme,
E il vento soffierà via la spuma.
Ma il mare e la spiaggia rimarranno
Per sempre.

La nostra vita naviga su un mare

(Rabindranath Tagore)

La nostra vita naviga su un mare
Mai attraversato, le cui onde,
si inseguono l’un l’altra giocando
a un eterno rimpiattino.
È il mare agitato del mutamento,
che pascola le sue schiumanti
greggi, e mille volte le disperde,
che batte incessante le sue mani
contro la calma del cielo.
Nel centro di questa volteggiante
Danza di guerra di luce e di buio,
amore, tua è quell’isola verde,
dove il sole bacia la ritrosa
ombra della selva ed il silenzio
è corteggiato dal canto di uccelli.

La nostra vita naviga su un mare 

(Rabindranath Tagore)

La nostra vita naviga su un mare
Mai attraversato, le cui onde,
si inseguono l’un l’altra giocando
a un eterno rimpiattino.
È il mare agitato del mutamento,
che pascola le sue schiumanti
greggi, e mille volte le disperde,
che batte incessante le sue mani
contro la calma del cielo.
Nel centro di questa volteggiante
Danza di guerra di luce e di buio,
amore, tua è quell’isola verde,
dove il sole bacia la ritrosa
ombra della selva ed il silenzio
è corteggiato dal canto di uccelli.

Terra e mare

(Aleksandr Puskin)

Quando sull’azzurro dei mari,
Zèfiro soffia la sua brezza
Sulle vele dei fieri vascelli
E le barche sull’onde accarezza,
Lasciato il peso dei pensieri,
Nell’inerzia io posso annegare –
Dimentico i canti delle muse,
M’è più caro il mormorio del mare.
Ma quando contro la riva l’onde
Schiumose ruggiscono e fremono,
E il tuono rimbomba nel cielo,
E i lampi nel buio balenano,
Allora i più ospitali querceti
Io ai mari preferisco;
La terra mi sembra più fedele,
E il grave pescatore compatisco:
Vive su una fragile imbarcazione,
Trastullo della cieca corrente,
Mentre io nel silenzio sicuro
Ascolto il fruscio d’un torrente.

Amore di lontananza 

(Antonia Pozzi)

Ricordo che, quand’ero nella casa
della mia mamma, in mezzo alla pianura,
avevo una finestra che guardava
sui prati; in fondo, l’argine boscoso
nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,
c’era una striscia scura di colline.
Io allora non avevo visto il mare
che una sol volta, ma ne conservavo
un’aspra nostalgia da innamorata.
Verso sera fissavo l’orizzonte;
socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo
i contorni e i colori tra le ciglia:
e la striscia dei colli si spianava,
tremula, azzurra: a me pareva il mare
e mi piaceva più del mare vero.

Brezza marina 

(Stéphane Mallarmé)

La carne è triste, ahimè! E ho letto tutti i libri.
Fuggire! Fuggire laggiù! Io sento uccelli ebbri
d’essere tra l’ignota spuma e i cieli!
Niente, né i antichi giardini riflessi dagli occhi
terrà questo cuore che già si bagna nel mare
o notti! Né il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso dal suo candore,
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l’alberatura
l’ancora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli,
ancora nell’ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo delle tempeste
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi
sperduti, senz’alberi, senz’alberi, né verdi isolotti…
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!

Miracoli

(Walt Whitman)

Perché la gente fa tanto caso ai miracoli?
Per quanto mi riguarda io non conosco altro che miracoli,
sia che passeggi per le vie di Manhattan,
o levi il mio sguardo sopra i tetti, verso il cielo,
o sguazzi coi piedi nudi lungo la spiaggia, proprio sul filo dell’acqua,
o mi fermi sotto gli alberi, nei boschi,
o parli, di giorno, con chi amo, o dorma, di notte, accanto a chi amo,
o sieda a pranzare a un tavolo insieme ad altri,
o getti uno sguardo agli estranei che viaggiano in tram di fronte a me,
o spii le api che nei pomeriggi d’estate si affaccendano intorno all’alveare,
o gli animali al pascolo nei campi,
o gli uccelli, o gli straordinari insetti dell’aria,
la meraviglia del tramonto, le stelle che brillano placide e luminose,
o la delicata sottile curva della luna nuova in aprile;
queste cose, e le altre, una e tutte, sono miracoli per me,
a tutto si riferiscono anche se ognuna è distinta dalle altre,
e al suo posto.
È un miracolo per me ogni ora di luce e di buio,
è un miracolo ogni centimetro cubo di spazio,
ogni metro della superficie terrestre è impregnato di miracolo,
formicola di miracoli ogni centimetro del sottosuolo.
Il mare è per me un miracolo senza fine,
i pesci che nuotano – gli scogli – il moto delle onde –
le navi che portano gli uomini,
quali i miracoli più strani di questi?

Nostalgia del mare

(Juan Ramón Jiménez)

Quanto dolore,
bellezza!
L’odio accende fuochi di passione
sui fuochi lontani fari, grandi fiori rossi,
delle coste del mare; grida all’erta
di fiamma bianca e verde,
sulle grida di fiamme
dei sogni, che, come nei sogni,
non si sa, in verità, se furono…
E sono quelli ancor mal desti
che brutta espressione, che freddo!
contro quelli ancor mal addormentati
che brivido, che espressione ancor più brutta!
E la morte si unisce con la vita
inaspettatamente, qua e là, come in bagliori
di cento colori tragici ed acuti;
si unisce con il sogno,
che preferisce morire anziché svegliarsi.
si unisce con il sogno.
Comincia a far giorno rosso e bianco.
Coste che fumano, nel primo sole,
per quelli che vivono ancora!

Spuma di mare 

(Marina Ivanovna Cvetaeva)

Chi è fatto di pietra, chi è fatto d’argilla –
Io invece sono fatta d’argento e brillo!
La mia occupazione – è il tradimento, il mio nome – Marina,
io – sono l’effimera spuma del mare.
Chi è fatto d’argilla, chi è fatto di carne –
a costoro la bara e le lastre tombali …
-battezzata nella fonte marina – e nel mio
volo continuamente infranta!
Attraverso ogni cuore, attraverso ogni rete
batte il mio arbitrio.
Io – vedi questi ricci scomposti? –
non sono fatta del sale della terra.
Mi frango sulle vostre granitiche ginocchia
e da ogni onda – risuscito!
Evviva la schiuma – l’allegra schiuma –
l’alta schiuma del mare!

Arrivederci fratello mare

(Nazim Hikmet)

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

Le isole fortunate

(Fernando Pessoa)

Quale voce giunge sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
perché si è ascoltato.
E solo se, mezzo addormentati,
senza sapere di udire, udiamo,
essa ci dice la speranza
cui, come un bambino
dormiente, dormendo sorridiamo.
Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno sito,
ove il Re dimora aspettando.
Ma, se ci andiamo svegliando,
tace la voce, e c’è solo il mare.

Al mare

(Edmondo De Amicis)

Salve, o gran mar! Come un eterno aprile
Al canto sempre il riso tuo m’invita
E mi fa ne la carne invigorita
L’onda bollir del sangue giovanile.
Salve, adorato mar! Sgomento al vile,
Tripudio al valoroso, all’egro vita,
Mistero immenso, gioventù infinita,
Bellezza formidabile e gentile!
T’amo allor che l’immane ira nei liti
Frangi, dei lampi al funeral bagliore,
Amo i tuoi flutti enormi e i tuoi ruggiti;
Ma più assai de’ ruggiti il tuo sussurro
Lento e solenne che addormenta il core,
O sterminato cimitero azzurro.

Mare assoluto

(Cecília Meireles)

La solidità della terra, monotona,
ci sembra debole illusione.
Vogliamo la grande illusione del mare,
moltiplicata nella sua sequela di pericoli.
Il mare è solo il mare, sprovvisto di legami,
si annulla e si ricompone,
per diventare dopo la pura ombra di se stesso
vinto da se medesimo. È il suo grande esercizio.
Non vuole trascinarmi come i miei avi di un tempo,
né condurmi pian piano,
come i miei padri, dai sereni occhi scuri.
Mi accetta solo convertita nella sua natura:
plastica, fluida, disponibile,
identica a lui, in costante soliloquio,
senza esigenze di principio e fine,
indipendente da terra e cielo.

La ballata del vecchio marinaio

(Samuel Taylor Coleridge)

La vagante luna ascendeva in cielo
e non si fermava mai:
dolcemente saliva, saliva
in compagnia di una o due stelle –
I suoi raggi illusori davano aspetto di una distesa bianca
brina d’aprile a quel mare putrido e ribollente;
ma dove si rifletteva la grande ombra della nave,
l’acqua incantata ardeva
in un monotono e orribile color rosso.
Al di là di quell’ombra,
io vedevo i serpi di mare:
si muovevano a gruppi di un lucente candore,
e quando si alzavano a fior d’acqua, la magica luce
si rifrangeva in candidi fiocchi spioventi.
Nell’ombra della nave,
guardavo ammirando la ricchezza dei loro colori:
blu, verde-lucidi, nero-vellutati,
si attorcigliavano e nuotavano; e ovunque movessero
era uno scintillio di fuochi d’oro.
O felici creature viventi! Nessuna lingua
può esprimere la loro bellezza:
e una sorgente d’amore scaturì dal mio cuore,
e istintivamente li benedissi:
certo il mio buon Santo ebbe allora pietà di me,
e io inconsciamente li benedissi.
Nel momento stesso potei pregare;
e allora dal mio collo libero
l’Albatro cadde, e affondò
come piombo nel mare.

Saluto al mare

(Arturo Graf)

O mar profondo, o generosa, invitta
Immensità! sempre, fidente e pia,
Quand’è più stanca e di dolor trafitta.
Sempre ritorna a te l’anima mia.
O mare, a te, che negli oscuri e vasti
Scoscendimenti ove il tuo gorgo dorme,
I prischi germi e le perplesse forme
Di quanto vive e dee morir creasti.
Perchè nell’ombra travedendo il lume
Forse del ver l’antica fantasia,
Nata sognò la genitrice iddia,
La sfavillante iddia dalle tue spume.
A te, che tutta la terrestre mole
Cingi e soggioghi, e nel volubil grembo
Specchi l’azzurro sterminato e il nembo
Vertiginoso e il fulvo occhio del sole.
Dal grembo tuo, che mansueto vide
E sofferse dell’uom la tracotanza,
Un’arcana speranza, una speranza
Imperitura al perituro arride.
Ond’ei col vivo imaginar lontane
Patrie vagheggia e sconosciute, dove
Innovati destini e virtù nove,
Più mite il cielo e men conteso il pane.
Questa la speme che commise ai venti,
E alla fortuna, di Giason la prua,
Onde eterno il suo nome e della sua
Ventura il grido fra le umane genti.
Questa la speme che drizzò le vele
E resse il cor del Ligure tenace,
Quando il gran volo dietro al sol che giace
Spiegò, sordo agli scherni e alle querele.
O mare, o mar! sull’antico dirupo
Io seggo e guardo dal tuo sen fremente
Spuntar le nubi ora veloci or lente,
Volar per l’aria e ricalar nel cupo.
O mare, o mar! su’ tuoi flutti spumanti
Veggo le navi sbieche e profilate
Dileguar con le bianche ali spiegate
A mo’ di grandi procellarie erranti.
E trasognando penso all’errabondo
Corso de’ fiumi che fan verde e vaga
Senza frutto la terra, e d’ogni plaga
Vengon tutti a finir nel tuo profondo.
E penso a questa inesorabil sorte
Che mutando non muta, e alle infinite
Che furono e saran misere vite
Sacre invano al dolor, sacre alla morte.
E mi s’acqueta il cor doglioso, e tace
De’ turbolenti miei pensieri il grido:
Torno coi fati e con me stesso in pace
E dello stolto mio dolor sorrido.

Il mare 

(Mario Luzi)

Si ara, si pettina
si struscia
contro se stesso
il mare
pizzicato dall’aria,
mordicchiato dal vento
nella verde-azzurra pelle.

Le isole fortunate

(Fernando Pessoa)

Quale voce giunge sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
È la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
perché si è ascoltato.
E solo se, mezzo addormentati,
senza sapere di udire, udiamo,
essa ci dice la speranza
cui, come un bambino
dormiente, dormendo sorridiamo.
Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno sito,
ove il Re dimora aspettando.
Ma, se ci andiamo svegliando,
tace la voce, e c’è solo il mare.

Come se il mare separandosi

(Emily Dickinson)

Come se il mare separandosi
svelasse un altro mare,
questo un altro, ed i tre
solo il presagio fossero
d’un infinito di mari
non visitati da rive –
il mare stesso al mare fosse riva-
questo è l’eternità.

S’ode ancora il mare

(Charles Baudelaire)

Già da più notti s’ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.
Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli delle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura. Già
m’eri vicina tu con quella voce;
ed io vorrei che pure a te venisse,
ora di me un’eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.

L’eternità

(Arthur Rimbaud)

È ritrovata.
Che cosa? L’eternità.
È il mare mischiato
col sole.
Anima sentinella,
mormoriamo la confessione
della notte così nulla
e del giorno infuocato.
Dagli umani suffragi,
dagli slanci comuni
là ti liberi
e voli dove vuoi.
Poiché soltanto da voi,
o braci di raso,
il dovere si esala
senza che si dica: finalmente.
Là, nessuna speranza,
nessun orietur.
Scienza con pazienza,
il supplizio è sicuro.
È ritrovata.
Che cosa? L’eternità.
È il mare mischiato
col sole.

Mare

(Giovanni Pascoli)

M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

Amore di lontananza

(Antonia Pozzi)

Ricordo che, quand’ero nella casa
della mia mamma, in mezzo alla pianura,
avevo una finestra che guardava
sui prati; in fondo, l’argine boscoso
nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,
c’era una striscia scura di colline.
Io allora non avevo visto il mare
che una sol volta, ma ne conservavo
un’aspra nostalgia da innamorata.
Verso sera fissavo l’orizzonte;
socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo
i contorni e i colori tra le ciglia:
e la striscia dei colli si spianava,
tremula, azzurra: a me pareva il mare
e mi piaceva più del mare vero.

L’uomo e il mare

(Charles Baudelaire)

Uomo libero, amerai sempre il mare!
Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima
Nel volgersi infinito delle sue onde,
E il tuo spirito non è un abisso meno amaro.
Ti piace tuffarti nel seno della tua immagine;
L’accarezzi con gli occhi e con le braccia e il tuo cuore
Si distrae a volte dal suo battito
Al rumore di questa distesa indomita e selvaggia.
Siete entrambi tenebrosi e discreti:
Uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi,
O mare, nulla conosce le tue intime ricchezze
Tanto siete gelosi di conservare i vostri segreti!
E tuttavia ecco che da innumerevoli secoli
Vi combattete senza pietà né rimorsi,
Talmente amate la carneficina e la morte,
O eterni rivali, o fratelli implacabili!

Le nozze del mare 

(Giosuè Carducci)

Quando ritto il doge antico
su l’antico bucentauro
l’anel d’oro dava al mar,
e vedeasi, al fiato amico
de la grande sposa cerula,
il crin bianco svolazzar;
Sorrideva nel pensiero
ne le fronti a’ padri tremuli
de’ forti anni la virtú,
e gittava un guardo altero,
muta, a l’onde, al cielo, a l’isole,
la togata gioventú.
Ma rompea superbo un canto
da l’ignudo petto ed ispido
de gli adusti remator,
ch’oggi vivono soltanto,
Tizian, ne le tue tavole,
ignorati vincitor.
Ei cantavano San Marco,
i Pisan, gli Zeni, i Dandoli,
il maggior de i Morosin;
e pe’ i sen lunati ad arco
lunghi gli echi minacciavano
sino al Bosforo e a l’Eussin.
Ne la patria del Goldoni
dopo il dramma lacrimevole
la commedia oggi si dà:
de i grandi avi i padiglioni
son velari, onde una femmina
il mar d’Adria impalmerà.
Le carezze fien modeste;
consumare il matrimonio
i due sposi non potran:
paraninfa, da Trieste
l’Austria ride; e i venti illirici
l’imeneo fischiando van.
Fate al Lido un po’ di chiasso
e su a bordo un po’ di musica!
le signore hanno a danzar.
ma, per Dio, sonate basso:
qualcheduno a Lissa infracida,
che potrebbesi svegliar.
Bah! qui porgono la mano
vaghe donne, a sprizzi fervidi
lo sciampagna esulta qui.
conte Carlo di Persano,
oggi a festa i bronzi rombano;
non mancate al lieto dí.

In barca 

(David Herbert Lawrence)

Vedi le stelle, amore,
ancor più chiare nell’acqua e splendenti
di quelle sopra a noi, e più bianche
come ninfee!
Ombre lucenti di stelle, amore:
quante stelle sono nella tua coppa?
Quante riflesse nella tua anima?
Solo le mie, amore, le mie soltanto?
Guarda, quando i remi muovo,
come deformate s’agitano
le stelle, e vengon disperse!
Perfino le tue, lo vedi?
Rovesciano le stelle le acque
acque povere, inquiete, abbandonate…!
Dici, amore, che non viene scosso il cielo
E immobili son le sue stelle?
Là! hai visto
quella scintilla volare su di noi? Le stelle
in cielo neanche son sicure.
E di me, che sarà, amore, di me?
Cosa sarà, amore, se presto
la tua stella fosse lanciata sopra un’onda?
Sembrerebbero le tenebre un sepolcro?
Svaniresti tu, amore, svaniresti?

Mediterraneo 

(Albert Camus)

Allo sguardo vuoto delle finestre, il mattino
con tutti i suoi denti che ha azzurri e brillanti,
gialli, verdi e rossi, ai balconi si cullano le tende.
Giovani donne con le braccia nude stendono i panni.
Un uomo, a una finestra, col binoculo in mano.
Mattino chiaro dagli smalti marini
perla latina dai bagliori liliali:
Mediterraneo.
Mezzogiorno sul mare immobile e caloroso:
mi accetta senza grida: un silenzio e un sorriso.
Spirito latino, Antichità, un velo di pudore sul grido torturato!
Vita latina che conosce i suoi limiti,
rassicurante passato, oh! Mediterraneo!
Sulle tue rive trionfano ancora voci ormai taciute,
che dicono di sì perché ti hanno negato!
Enorme e leggero,
assicuri e soddisfi e mormori l’eternità dei tuoi minuti,
oh! Mediterraneo! E il miracolo della tua storia,
lo racchiudi tutto quanto
nell’esplosione del tuo sorriso.
Inalienabile vergine, a ogni ora la sua natura si concepisce
in nature già formate.
La sua vita rinasce sui nostri dolori.
Prende il volo! E da quali ceneri, luminosa fenice!
Mediterraneo! Il tuo mondo è a misura nostra,
L’uomo all’albero si unisce e in due l’Universo si recita la commedia
in costume del Numero d’Oro
dall’immensa semplicità senza scosse sgorga la pienezza,
oh! natura che non fai salti!
Dall’olivo al Mantovano, dalla pecora al pastore,
solo l’innominabile comunione dell’immobilità.
Virgilio cinge l’albero, Melibeo va al pascolo.
Mediterraneo!
Biondo pergolato azzurro dove dondola la certezza,
così vicina, oh! così vicina alle nostre mani,
che i nostri occhi l’hanno accarezzata e le dita l’hanno lasciata.
Nella sera incombente con la giacca sulle spalle, tiene la porta aperta,
lambito dai riflessi della fiamma, l’uomo entra nella sua felicità
si dissolve nell’ombra.
Così questi uomini rientreranno in questa terra, certi di avere una proroga,
più sfiniti che sazi della felicità di aver saputo.
Nei cimiteri marini c’è solo eternità.
Lì, l’infinito si stanca ai funebri fusi.
La terra latina non trema. E come il tizzone detonante volteggia nella maschera immobile
di un cerchio,
indifferente, appare l’inaccessibile ebbrezza della luce.
Ma ai suoi figli questa terra apre le braccia e fa carne della loro carne,
e questi – sazi, si riempiono del segreto sapore di questa
trasformazione – lentamente la assaporano a mano a mano che la scoprono.
E presto, ancora e poi, i denti, i denti azzurri e brillanti
luce! Luce! L’uomo si completa in lei.
Polvere di sole, scintillio d’armi,
principio essenziale dei corpi e dello spirito,
in te i mondi si bruniscono e si umanizzano,
in te ci rendiamo e i nostri dolori si sublimano,
insistente antichità
Mediterraneo, oh! Mare Mediterraneo!
Soli, nudi, senza segreti, i tuoi figli attendono la morte.
La morte te li renderà, puri, finalmente puri.

Sempre vieni dal mare

(Cesare Pavese)

Sempre vieni dal mare
Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d’acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.
Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all’urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s’odiano più
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose –
combatteremo sempre.
Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all’urto,
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei più. Le braccia
si dibattono invano.
Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.

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