Home Poesie Baudelaire: le 20 Poesie più belle e famose

Baudelaire: le 20 Poesie più belle e famose

Con questa raccolta scopriamo insieme le più belle poesie di Baudelaire. Pensieri profondi, intensi, ricchi di simboli e metafore. Baudelaire Poesie sull’amore, la libertà, la passione, la vita, il vino e la natura. Riflessioni cariche di sentimenti, suggestive ed illuminanti, per approfondire meglio il pensiero di uno degli autori più apprezzati del XIX.

Colui che ha scritto uno dei più noti classici della letteratura francese e non solo “I fiori del male”, spianando la strada ai famosi “poeti maledetti”. Charles Baudelaire è uno dei principali esponenti del movimento culturale del simbolismo, oltre che un pioniere per quanto riguarda il decadentismo. Ecco le 20 poesie più belle e famose di Baudelaire:

Baudelaire Poesie

L’amore è una rosa

L’amore è una rosa,

ogni petalo un’illusione,

ogni spina una realtà.

Il gatto

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;

ritira le unghie nelle zampe,

lasciami sprofondare nei tuoi occhi

in cui l’agata si mescola al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere

la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano

s’inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato,

vedo in ispirito la mia donna.

Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia,

taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla testa

un’aria sottile, un temibile profumo

ondeggiano intorno al suo corpo bruno.

Conversazione

Tu sei un bel cielo d’autunno, chiaro e rosa! Ma la tristezza

monta in me come il mare e lascia, rifluendo, sul mio

labbro corrucciato, il ricordo cocente del suo fango amaro.

La tua mano scivola invano sul mio petto che si strugge;

ciò che cerca, amica, è un luogo devastato dall’unghia

e dal dente feroce della donna. Non cercare più il mio cuore: le belve l’hanno divorato.

Il mio cuore è un palazzo lordato dalla folla: ci si ubriaca,

ci si ammazza, ci si tira per i capelli. Un profumo

ondeggia attorno al tuo seno nudo.

Beltà, dura frusta delle anime, tu lo vuoi! Con i tuoi

occhi di fuoco, splendenti come feste, tu bruci i brandelli

che le belve han risparmiato.

La musica

Spesso è un mare, la musica, che mi prende ogni senso!

A un bianco astro fedele,

sotto un tetto di brume o nell’etere immenso,

io disciolgo le vele.

Gonfi come una tela i polmoni di vento,

varco su creste d’onde,

e col petto in avanti sui vortici m’avvento

che il buio mi nasconde.

D’un veliero in travaglio la passione mi vibra

in ogni intima fibra;

danzo col vento amico o col pazzo ciclone

sull’infinito gorgo.

Altre volte bonaccia, grande specchio ove scorgo

la mia disperazione!

L’uomo e il mare

Sempre il mare, uomo libero, amerai!

perché il mare è il tuo specchio; tu contempli

nell’infinito svolgersi dell’onda

l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito

non meno amaro. Godi nel tuffarti

in seno alla tua immagine; l’abbracci

con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore

si distrae dal tuo suono al suon di questo

selvaggio ed indomabile lamento.

Discreti e tenebrosi ambedue siete:

uomo, nessuno ha mai sondato il fondo

dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,

mare, le tue più intime ricchezze,

tanto gelosi siete d’ogni vostro

segreto. Ma da secoli infiniti

senza rimorso né pietà lottate

fra voi, talmente grande è il vostro amore

per la strage e la morte, o lottatori

eterni, o implacabili fratelli!

La morte degli amanti

Avremo letti pieni di leggeri odori,

divani profondi come tombe,

fiori strani sulle mensole

aperti per noi sotto i più bei cieli.

I nostri cuori saranno due gran fiaccole

nello sprazzo a gara degli ultimi ardori:

come rifletteranno i loro doppi splendori

negli specchi gemelli delle nostre anime!

Una sera fatta di rosa e mistico azzurro

ci scambieremo un unico lampo,

come un lungo singhiozzo carico d’addii;

un Angelo più tardi schiuderà le porte

e verrà a rianimare, fedele e gioioso,

gli specchi offuscati e le fiamme morte.

L’orologio

L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile,

ci minaccia col dito e dice: Ricordati!

I Dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore

pieno di sgomento come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte

come silfide in fondo al retroscena;

ogni istante ti divora un pezzo di letizia

concessa ad ogni uomo per tutta la sua vita.

Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo

mormora: Ricordati! – Rapido con voce

da insetto, l’Adesso dice: Sono l’Allora

e ho succhiato la tua vita con l’immondo succhiatoio!

Prodigo! Ricordati! Remember! Esto memor!

(La mia gola di metallo parla tutte le lingue).

I minuti, mortale pazzerello, sono ganghe

da non farsi sfuggire senza estrarne oro!

Ricordati che il tempo è giocatore avido:

guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.

Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!

L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,

l’augusta Virtù, la tua sposa ancora vergine,

lo stesso Pentimento (oh, l’ultima locanda!),

ti diranno: Muori, vecchio vile! È troppo tardi!

L’Heautontimorumenos

Ti colpirò, senza odio e senza collera,

come un beccaio, come Mosè il sasso;

e perché possa al fine dissetare

il mio Sahara, le acque del dolore

zampillare farò dalla tua palpebra.

Rigonfio di speranza il desiderio

andrà sulle tue lacrime salate

come un vascello che si spinge al largo;

nel cuore inebriato dei tuoi singhiozzi,

che mi son cari, echeggeranno quasi

un tamburo che batte la sua carica.

Non sono forse un falso accordo nella

divina sinfonia, grazie all’edace

Ironia che mi scuote e mi morde?

Tutto il mio sangue, tutto, è questo nero

veleno; ed io non sono che lo specchio

in cui si guarda la strega.

Coltello e piaga, schiaffo e guancia, membra

e ruota sono, vittima e carnefice;

sono il vampiro del mio cuore, un grande

infelice, di quelli a un riso eterno

dannati, e che non possono più sorridere.

Il viaggio, prima parte

Per il bimbo, amante di mappe e di immagini,

l’universo eguaglia la sua fame immensa.

Com’è grande il mondo al lume delle lampade!

E piccolo, invece, agli occhi del ricordo!

Partiamo all’alba, con il cervello ardente,

il cuore gonfio di rancore e desideri amari,

e andiamo, docili al ritmo delle onde,

cullando l’infinito nostro sul finito dei mari:

alcuni son lieti di fuggir la patria infame;

altri, l’orrore dei natali; altri ancora,

astrologhi annegati negli occhi d’una donna,

la Circe tirannica dagli insidiosi profumi.

Per non esser mutati in bestie, s’inebriano

d’aria e di luce e di cieli infuocati;

il gelo che morde e i soli che abbronzano,

lentamente cancellano la traccia dei baci.

Ma viaggiatori veri son quelli che partono

solo per partire; cuor leggero, simile

a un palloncino, mai dal proprio fato deviano,

e dicono: “andiamo!” ma il perché lo ignorano.

Son quelli con desideri a forma di nuvole,

e sognano, come con il cannone fa la recluta,

dei piaceri vasti, sconosciuti, mutevoli,

dal nome ignoto da sempre all’umano spirito!

A una passante

La via assordante strepitava intorno a me.

Una donna alta, slanciata, a lutto, in un dolore

maestoso, passò sollevando e agitando

con mano fastosa il pizzo e l’orlo della gonna,

agile e nobile con la sua gamba di statua.

Ed io, proteso come folle, bevevo

la dolcezza affascinante e il piacere che uccide

nel suo occhio, livido cielo dove cova l’uragano.

Un lampo… poi la notte! – Bellezza fuggitiva

dallo sguardo che m’ha fatto subito rinascere,

ti rivedrò solo nell’eternità?

Altrove, assai lontano da qui! Troppo tardi! Forse mai!

Perché ignoro dove fuggi, né tu sai dove vado,

tu che avrei amata, tu che lo sapevi!

Corrispondenze

La Natura è un tempio dove incerte parole

mormorano pilastri che sono vivi,

una foresta di simboli che l’uomo

attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari.

Come echi che a lungo e da lontano

tendono a un’unità profonda e buia

grande come le tenebre o la luce

i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.

Profumi freschi come la pelle d’un bambino,

vellutati come l’oboe e verdi come i prati,

altri d’una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine – così

l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino

a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

Armonia della sera

Ecco venire il tempo che vibrando sullo stelo ogni fiore

svapora come un incensiere; i suoni e i profumi volteggiano

nell’aria della sera; valzer malinconico e languida vertigine.

Ogni fiore svapora come un incensiere; il violino freme

come un cuore straziato; valzer malinconico, languida

vertigine! Il cielo è triste e bello come un grande altare.

Il violino freme come un cuore straziato, un cuore tenero

che odia il nulla vasto e nero! Il cielo è triste e bello come

un grande altare; il sole annega nel suo sangue che si raggruma.

Un cuore tenero che odia il nulla vasto e nero raccoglie

ogni vestigio del luminoso passato! Il sole s’è annegato

nel suo sangue che si raggruma, il tuo ricordo in me riluce come un ostensorio.

Elevazione

Al di sopra degli stagni, al di sopra delle valli,

delle montagne, dei boschi, delle nubi, dei mari,

oltre il sole e l’etere, al di là dei confini delle sfere stellate,

anima mia tu ti muovi con agilità,

e, come un bravo nuotatore che fende l’ onda,

tu solchi gaiamente, l’immensità profonda

con indicibile e maschia voluttà.

Via da questi miasmi putridi,

va’ a purificarti nell’aria superiore,

e bevi come un puro e divin liquore

il fuoco chiaro che riempie i limpidi spazi.

Alle spalle le noie e i molti dispiaceri

che gravano col loro peso sulla grigia esistenza

felice chi può con un colpo d’ala vigoroso

slanciarsi verso campi luminosi e sereni;

colui i cui pensieri, come allodole,

verso i cieli al mattino spiccano un volo che plana sulla vita.

E comprende senza sforzo

il linguaggio dei fiori e delle cose mute.

Il morto allegro

In una terra grassa e piena di lumache

voglio scavare io stesso una fossa profonda

dove a mio agio stendere le mie vecchie ossa

e nell’oblio dormire come nell’onda lo squalo.

Odio qualunque tomba e odio i testamenti;

piuttosto che implorare una lacrima dal mondo

preferirei da vivo invitare i corvi allo scempio

d’ogni brandello della mia carcassa immonda.

o vermi, neri compagni senza orecchi e senz’occhi

vedete a voi venire un morto libero e contento;

figli della putredine, filosofi gaudenti

per la mia distruzione passate senza rimorsi

e ditemi se esiste qualche altro tormento

per un vecchio corpo senz’anima, morto tra i morti!

Ti adoro

T’adoro al pari della volta notturna,
o vaso di tristezza, o grande taciturna!

E tanto più t’amo quanto più mi fuggi, o bella,
e sembri, ornamento delle mie notti,
ironicamente accumulare la distanza
che separa le mie braccia dalle azzurrità infinite.

Mi porto all’attacco, m’arrampico all’assalto
come fa una fila di vermi presso un cadavere e amo,
fiera implacabile e cruda, sino la freddezza
che ti fa più bella ai miei occhi.

L’anima del vino

Dentro le bottiglie cantava una sera l’anima del vino:

“Uomo, caro diseredato, eccoti un canto pieno

di luce e di fraternità da questa prigione

di vetro e da sotto le vermiglie ceralacche!

So quanta pena, quanto sudore e quanto sole

cocente servono, sulla collina ardente,

per mettermi al mondo e donarmi l’anima;

ma non sarò ingrato né malefico,

perché sento una gioia immensa quando scendo

giù per la gola d’un uomo affranto di fatica,

e il suo caldo petto è una dolce tomba

dove sto meglio che nelle mie fredde cantine.

Senti come echeggiano i ritornelli delle domeniche?

Senti come bisbiglia la speranza nel mio seno palpitante?

Vedrai come mi esalterai e sarai contento

coi gomiti sul tavolo e le maniche rimboccate!

Come accenderò lo sguardo della tua donna rapita!

Come ridarò a tuo figlio la sua forza e i suoi colori!

Come sarò per quell’esile atleta della vita

l’olio che tempra i muscoli dei lottatori!

Cadrò in te, ambrosia vegetale,

prezioso grano sparso dal Seminatore eterno,

perché dal nostro amore nasca la poesia

che come un raro fiore s’alzerà verso Dio!”

L’albatro

Spesso, per divertirsi, i marinai

Prendono degli albatri, grandi uccelli dei mari,

Che seguono, pigri compagni di viaggio,

Le navi in volo sugli abissi amari.

L’hanno appena depositato sulla tolda,

E già il re dell’azzurro, maldestro e impacciato,

Strascina pietosamente accanto a sé

Le grandi ali bianchi come se fossero remi.

Com’è sinistro e fiacco il viaggiatore alato!

Lui, poc’anzi così bello, com’è comico e brutto!

Uno gli mette la pipa sotto il becco,

Un altro, zoppicando, imita lo storpio che volava!

Il Poeta è come lui, principe delle nubi

Che sta con l’uragano e ride degli arcieri;

Esule in terra fra le grida di scherno,

Le sue ali da gigante gli impediscono di camminare.

Inno alla bellezza

Vieni dal ciel profondo o l’abisso t’esprime,

Bellezza? Dal tuo sguardo infernale e divino

piovono senza scelta il beneficio e il crimine,

e in questo ti si può apparentare al vino.

Hai dentro gli occhi l’alba e l’occaso, ed esali

profumi come a sera un nembo repentino;

sono un filtro i tuoi baci, e la tua bocca è un calice

che disanima il prode e rincuora il bambino.

Sorgi dal nero baratro o discendi dagli astri?

Segue il Destino, docile come un cane, i tuoi panni;

tu semini a casaccio le fortune e i disastri;

e governi su tutto, e di nulla t’affanni.

Bellezza, tu cammini sui morti che deridi;

leggiadro fra i tuoi vezzi spicca l’Orrore, mentre,

pendulo fra i più cari ciondoli, l’Omicidio

ti ballonzola allegro sull’orgoglioso ventre.

Torcia, vola al tuo lume la falena accecata,

crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!

Quando si china e spasima l’amante sull’amata,

pare un morente che carezzi la sua tomba.

Venga tu dall’inferno o dal cielo, che importa,

Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,

se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta

m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?

Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,

che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,

luce, profumo, musica, unico bene mio,

rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?

Profumo esotico

Quando, ad occhi chiusi, in una calda sera d’autunno,

respiro l’odore del tuo seno ardente,

vedo svolgersi spiagge felici

nei fuochi abbaglianti d’un sole monotono;

è un’isola indolente dove la natura mostra

alberi strani e frutti saporiti,

uomini dal corpo snello e vigoroso,

donne dallo sguardo schietto ch’è un incanto.

Sulla scia del tuo odore vado verso climi affascinanti,

verso un porto stipato d’alberature e di vele

ancora affaticate dai flutti del mare,

mentre il profumo di verdi tamarindi,

che circola nell’aria gonfia le mie narici

e si fonde nella mia anima col canto dei marinai.

Spleen

Quando, come un coperchio, il cielo basso e greve

schiaccia l’anima che geme nel suo tedio infinito,

e in un unico cerchio stringendo l’orizzonte

fa del giorno una tristezza più nera della notte;

quando la terra si muta in umida cella segreta

dove, timido pipistrello, la Speranza

sbatte le ali contro i muri e batte con la testa

nel soffitto marcito;

quando le strisce immense della pioggia

sembrano le inferriate d’una vasta prigione

e muto, ripugnante un popolo di ragni

dentro i nostri cervelli dispone le sue reti,

furiose a un tratto esplodono campane

e un urlo tremendo lanciano verso il cielo,

così simile al gemere ostinato

di anime senza pace, né dimora.

– Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali

a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,

Vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,

pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero.

Quando passa

Quando passa con vesti ondose e iridescenti,

a una grazia di danza informa ogni movenza,

quasi, in cima a un bastone, quei sinuosi serpenti

che i giocolieri sacri agitano in cadenza.

Come la sabbia e il cielo dei deserti roventi,

sordi entrambi a ogni voce d’umana sofferenza,

come il giuoco dell’onda nel viluppo dei venti,

ella si stende e snoda con piena indifferenza.

I suoi limpidi occhi sono pietre stupende,

e nella sua natura allegorica e strana,

dove l’antica sfinge un cherubo asseconda,

fra l’acciaio e i diamanti, l’oro e la luce, splende

d’un eterno splendore, come una stella vana,

la fredda maestà della donna infeconda

Ubriacatevi

Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi piega a terra, dovete ubriacarvi senza tregua.

Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi.

E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, gli uccelli, l’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è: e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l’orologio, vi risponderanno:

– È ora di ubriacarsi! Per non essere schiavi martirizzati dal tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare.

Categorie